Alberto Cavallari, allora inviato speciale, ottiene per la prima volta nella storia una intervista al Papa, Paolo VI. Questo è il suo racconto
Città del Vaticano, 2 ottobre.1965
Papa Paolo VI mi ha parlato del Vaticano d’oggi, della Chiesa, del Concilio, del suo viaggio a Nuova York, alle Nazioni Unite, dell’Italia, dei rapporti Chiesa-Stato in Italia. Mi ha ricevuto nella sua biblioteca privata, di sera, alla vigilia della partenza per l’America, conversando poi lentamente e con molta franchezza. I Papi non concedono, com’è noto, interviste; non ne concedono da duemila anni; ma un colloquio com’è stato questo so di poterlo riferire. Esso nasce da una visita al Papa fatta mentre sto compiendo, da mesi, un “viaggio in Vaticano”. Nasce dall’occasione semplice e non dall’ufficialità. Per giorni ho frequentato i palazzi apostolici, il Concilio, i ministeri: di qui è scaturito l’incontro tanto raro quanto occasionale con Paolo VI, come un episodio “privato”, umano. Ed esso mi fornisce il “prologo” per queste cronache. Un prologo che porta subito al cuore del Vaticano stesso e mi consente di scrivere davvero dal “di dentro” una realtà altrimenti difficile da rappresentare.
Lo scopo di queste mie note è infatti molto semplice. Un Concilio si chiude, un Papa va all’ONU e la Chiesa conosce discussioni e trasformazioni che non conosceva da secoli. Milioni di persone guardano al Vaticano degli anni Sessanta, per chiedersi se cambia, come cambia, mentre il Concilio s’avvia alla conclusione. Nessuna capitale del mondo, civile o religiosa, Washington, Mosca o Calcutta, è infatti come il Vaticano sotto il riflettore: perché nessuna capitale vive anni di così grande trapasso. Ma cogliere il significato di ciò che accade non è facile se non si cerca di vedere il Vaticano “dentro”, con un rovesciamento d’ottica.
Il Vaticano d’oggi è infatti qualcosa di mobile e di fluido; una immagine che appena si sta mettendo a fuoco e richiede continui aggiustamenti. Lo stesso Paolo VI è una prova di come sia rischioso stabilire “dall’esterno” qualcosa di vero, poiché gli stessi che nel ‘64 lo definivano un soffocatore del Concilio ora lo esaltano come un intrepido sostenitore della libertà religiosa, facendone un personaggio continuamente deformato. Guardare “dall’interno” sarà quindi un filo conduttore di queste note. E voglio subito dire che intendo solo tenere un diario, scritto proprio col tono del diario, immediato, semplice, incurante d’architetture, e non una inchiesta. Come voglio anche aggiungere che questo diario sarà “laico”, nel senso che non pretende di discutere questioni religiose, parteggiare per la Chiesa “progressiva” o per la Chiesa “conservatrice”, o giudicare se certe decisioni siano un bene o un male per la Chiesa. Ciò che intendo descrivere è il Vaticano, non la Chiesa; cercando di capire com’è mutato dentro la “svolta conciliare”; e quali nuovi organismi nascono; come si trasformano i vecchi all’ombra di San Pietro; e sempre facendo parlare gli uomini che governano la Santa Sede. Ma veniamo alla prima pagina di questo diario.
Papa Paolo VI mi ha ricevuto, dicevo, di sera. Sono andato alla seconda Loggia verso le sette, all’ora in cui finiscono le udienze, mentre si spengono le luci dei palazzi apostolici. Il colloquio è durato quasi un’ora: e riferirne i dettagli, le stesse cadenze del “parlato”, è certamente essenziale per conoscere lo stile di un pontificato, il Papa s’è mosso verso la porta della biblioteca semiaperta, con modi semplici, sveltamente, da uomo moderno capace di chiari rapporti umani. Sullo sfondo dei libri, dentro la luce viva d’un salone privo d’ori e di baldacchini, il Papa ha poi steso la mano senza imporre né sollecitare il bacio dell’anello. Infine ha cominciato a scegliere con lo sguardo tra le poltrone che fanno circolo alla sua scrivania, finché gli è sembrato di trovare la più comoda e la più vicina per l’interlocutore. «Venga, venga – ha detto il Papa – si metta a sedere lì, parleremo meglio». Né m’è sembrato un gesto di sola cortesia; ma piuttosto un preciso rifiuto del classico monologo dei Papi.
Oltre lo scrittoio la sua figura bianca ha disegnato una immagine inedita. Fisicamente ho trovato Paolo VI disteso, spontaneo, poco somigliante al Papa teso, scarno, nervoso, oppure introverso, oppure diplomatico che solitamente si descrive. Ma di questo dirò poi. «Ci fa piacere, sa, parlare del Vaticano – ha detto il Papa affabilmente con espressione arguta – oggi molti cercano di capirci e di studiarci. Ci sono tanti libri sulla Santa Sede e il Concilio. E alcuni sono anche ben fatti, vede. Ma molti assicurano che la Chiesa pensa certe cose senza aver mai chiesto alla Chiesa cosa pensa. Mentre, dopotutto, anche il nostro parere dovrebbe contare qualcosa in tema di religione». Qui il Papa ha fatto una pausa, una parentesi divertita. Poi ha continuato, spegnendo il sorriso: «Ma ci rendiamo conto che non è facile intendere ciò che viene fatto e viene discusso nel mondo della Chiesa. Anche il Papa, sa, certe volte fatica per capire il mondo d’oggi». Dopo questo preambolo senza formalità, così francamente umano, Paolo VI ha toccato gli argomenti più importanti del suo pontificato. Nel silenzio della sera, nella sala senza segretari, ha affrontato anche i temi più difficili e più critici, e l’ha fatto da uomo del nostro tempo, che non intende eludere nulla, scopertamente deciso a una sincerità che rifiuta i rapporti facili, la simbolica simpatia o la simbolica solennità. Senza scrivere (non si può scrivere davanti ai Papi) ho fissato nella memoria parola per parola le sue frasi quando Paolo VI m’ha parlato, con un realismo persino doloroso, della Chiesa e del mondo, del dialogo, della sua successione a Giovanni XXIII. «Bisogna essere semplici e avveduti – m’ha detto il Papa – nel cogliere il senso degli anni che stiamo vivendo. La Chiesa vuole diventare poliedrica per riflettere meglio il mondo contemporaneo. Per diventarlo ha deciso di affondare l’aratro nei terreni inerti, anche nei più duri, per smuovere, vivificare, portare alla luce ciò che restava sepolto. Questa aratura provoca scosse, sforzi, problemi. Al nostro predecessore toccò il compito di affondare l’aratro. Ora il compito di condurlo avanti è caduto nelle nostre povere mani». E a questo punto Paolo VI s’è fermato, portando le mani sopra la scrivania, guardandole per un attimo, come sconcertato dalla loro fragilità. Ma poi le ha nascoste subito, quasi per un improvviso pudore, ed è passato, col realismo che dicevo, alle frasi più illuminanti del suo personaggio di Papa moderno, incapace d’illusioni.
«Molti – m’ha detto il Papa – si chiedono perché la Chiesa compie queste fatiche. Molti si chiedono il perché del dialogo. Ma se lo chiedono perché non hanno coscienza del vero problema. Il problema vero è che la Chiesa si apre al mondo e trova un mondo che in gran parte non crede. San Carlo, a Milano, agiva in condizioni ben diverse per esempio. Quando ero a Milano (Paolo VI si è dimenticato un attimo il noi) ho visto le carte della diocesi ai tempi del Borromeo. I problemi erano l’acquisto di un confessionale, una chiesa da riparare, la presenza di tre ubriaconi in una parrocchia, la questione di una fattucchiera. Ma com’è tutto diverso, oggi. Oggi non si tratta più di una fattucchiera che imbroglia la gente. Si tratta che milioni di persone non hanno più fede religiosa. Di qui nasce la necessità per la Chiesa di aprirsi. Dobbiamo affrontare chi non crede più e chi non crede in noi dicendo: noi siamo fatti così, diteci perché non credete, perché ci combattete». Ed ora il Papa s’è interrotto. Ha come cercato di cancellare la tristezza che una visione così poco trionfalistica delle cose gli disegnava sul volto. Ha trovato aiuto nella sua stessa semplicità. «Ecco il dialogo – ha concluso tornando al sorriso. – È proprio tutto qui, vede».
Parlare, spiegarsi, desiderare che l’interlocutore non si senta “isolato”. Saper ascoltare, cercare continuamente di distruggere i diaframmi che si creano tra un uomo e un Papa, non abbandonarsi a una parte facile, con preoccupazione continua, commovente, m’è sembrata una parte fondamentale del carattere di Paolo VI. La coscienza che un Papa moderno debba affrontare il rischio del discorso diretto, mobile, umanamente vero, m’è sembrata un dato preciso della sua figura, che pare difficile perché continuamente sfuggente all’oleografia. Ma ciò risulterà bene dal resto della conversazione mai “recitata”, sempre tesa nella franchezza. Il Papa è passato infatti agli argomenti delicati che spesso suscitano critiche al suo pontificato: il Concilio, il conflitto tra progressisti e conservatori, il suo atteggiamento verso la curia, la cosiddetta fase di stanchezza dell’ecumenismo.
Paolo VI m’ha detto: «Questo dialogo e questo nuovo atteggiamento della Chiesa comportano discussioni dentro la Chiesa, certo. E il Vaticano per questo si trova al centro dell’attenzione mondiale. Ma il problema vero resta ciò che dicevamo: la Chiesa in un mondo che in gran parte perde la fede. Le altre cose, sa, bisogna vederle nelle loro proporzioni reali. Dopotutto, proprio il Concilio sta dimostrando che accanto a una crisi della fede del mondo non c’è per fortuna una crisi della Chiesa. Anche i temi più gravi, più nuovi, come la libertà religiosa, sono dibattuti con amore dalla Chiesa. E lei capisce cosa questo problema significhi».
Il Papa ha fatto una pausa, sottolineando col silenzio questo problema “liberale” del suo pontificato. Ha quasi desiderato che dicessi qualcosa e m’ha lasciato dire. Poi ha continuato: «Lo stesso formarsi di due parti, progressisti e non progressisti, come si dice, non implica mai il problema della fedeltà. Tutti discutono per il bene della Chiesa, e non emergono né defezioni né preoccupanti segni di lotte interne. Se ci fossero, come dicono molti, il Papa se ne preoccuperebbe, sa, e lo direbbe chiaro. È qui per questo il Papa!».
Nel dire ciò Paolo VI ha avuto un’espressione di humour indicando la poltrona su cui siede, ed è andato avanti così, dentro questa vena d’umore spontaneo. Criticato come difensore della curia, il Papa ha persino affrontato questo tema. Non vi è arrivato, si capisce, intenzionalmente, ma trasportato dall’ humour che dicevo. «Molti problemi – m’ha detto – vengono deformati da chi sta lontano. Ma è stato bene discuterli, perché discutendo si sono semplificati. Prenda tutte le discussioni che si sono fatte sulla curia, per esempio. Lei conosce tutte quelle accuse, di centralismo, di romanesimo. Ma ora il problema sta prendendo le sue dimensioni reali. È bastato venire a Roma per vedere che la Chiesa sta molto meglio in salute che in passato e che certi suoi difetti non sono drammatici».
Paolo VI m’è sembrato, in questo passaggio, stimolato dalla sua esperienza di ex-sostituto alla segreteria di Stato, di “tecnico» della Chiesa. S’è messo a raccontare volentieri, rapidamente. «In passato, la Chiesa era dominata da re e imperatori, mentre adesso è libera, e il Papa ragiona come gli pare. In passato, c’era il nepotismo e adesso non c’è più. In passato, c’erano casi di simonia ed ora certamente non se ne può parlare. Anche alcune persone della curia, lei lo sa, peccavano talvolta di simonia. E sa perché? Accadeva che la curia per autofinanziarsi faceva pagare i documenti degli atti che le venivano richiesti. Mentre oggi la curia riceve i suoi compensi regolari, come ogni buona amministrazione del mondo. Questo stesso argomento è quindi da sdrammatizzare. Sono necessarie riforme tecniche, certo, per lavorare meglio. Ci saranno attriti personali da accomodare. Ma gravi problemi non sono emersi. Fosse il contrario, sarebbe nostra cura risolverli. Lei pensa che il Papa negherebbe i mali del governo vaticano se ce ne fossero? Li elencherebbe, li studierebbe, poi li eliminerebbe».
Paolo VI ha di nuovo sorriso, nel piacere di un discorso obbiettivo: come un tecnico che parla di un meccanismo che conosce; ma anche come un Papa che non difende la linea curiale per partito preso, e solo intende essere interprete di una sdrammatizzazione dei fatti, provocata dal Concilio stesso. Preso da questo stato d’animo ha continuato in questa chiave umana anche parlando dello ecumenismo. «Il Concilio serve a semplificare molte cose – ha detto ancora –. Anche considerato come incontro tra gli uomini di diverse Chiese. Lei ha visto gli osservatori al Concilio? Li veda, li veda. Mancano quelli di Atenagora, per le ragioni che si sanno. Ma gli altri vengono, ci conoscono. Nessuno ha fatto ancora un passo decisivo, sa. Non bisogna illudersi. Ma intanto l’atmosfera è cambiata. Un giorno, per esempio, è venuto a trovarci, con gli osservatori, un valdese. S’è affacciato all’uscio, ci è venuto incontro e, stendendo la mano, ha esclamato: “Buongiorno, sono cinquecento anni che non ci vediamo ”». E raccontando questa storia il Papa ha riso apertamente. Paolo VI ha lasciato passare un po’ di secondi, quasi per consentire una domanda, e così il discorso si è spostato sul viaggio all’ONU. Ma anche qui la sua parola è stata come colorita dall’humour e dal sorriso. Il viaggio all’ONU del Papa ha infatti aperto numerose discussioni sul suo “attivismo” e sul significato dei suoi interventi nella politica internazionale. Ma sul viaggio in America Paolo VI (primo Papa che passa l’Atlantico) s’è intrattenuto ancora con semplicità. Il discorso s’è fatto, anzi, tanto immediato che il Papa ora parlava con chiare inflessioni lombarde.
Sul viaggio all’ONU Paolo VI m’ha detto: «Già, già. Ora faremo anche questo viaggio. Ci hanno chiesto di andare per celebrare il ventesimo anno dell’ONU e noi abbiamo risposto di sì. Il Papa non può mica rispondere: “Grazie tante, non ho tempo”. Fosse per noi, si potrebbe anche risparmiare fatica e quattrini. Ma per la prima volta i capi di tutto il mondo riuniti vogliono ascoltare la parola del rappresentante di Cristo, e noi non possiamo non fare questo viaggio. Così, mettiamo il mantello del pellegrino, che poi è il mantello di San Rocco, mi creda, e proprio come San Rocco andiamo laggiù».
Così dicendo, il Papa ha scosso la testa; m’è sembrato l’uomo giunto quasi ai settanta anni che rammenta la fatica umana di certe cose; ma anche stavolta discrezione e pudore hanno immediatamente rovesciato l’espressione assorta, un po’ triste, che gli s’annunciava negli occhi. Ha rifiutato questa immagine patetica con prontezza e subito l’ha corretta col sorriso: «Dovremo fare come dice il salmo, sa. Loquebar in conspectu regum et non confundebar: parlerai davanti ai re e non ti confonderai. Ma chissà se anche noi riusciremo a cavarcela bene o male davanti a tanta gente importante».
L’orologio dorato che c’è sul tavolo del Papa ha nuovamente suonato. Ma Paolo VI non s’è alzato. Ha raccolto l’inizio d’una domanda sull’Italia e l’ha portata avanti, senza abili retoriche e frasi di circostanza, fino al terreno spinoso dei rapporti Stato-Chiesa: «Spesso ci chiedono una parola sull’Italia – ha detto – ma è così difficile dirla. Se la diciamo, osservano che il Papa interviene nelle questioni italiane. Se non la diciamo commentano che il Papa non ha il coraggio di dichiarare il suo pensiero. Di quando in quando, certo, siamo intervenuti. Ma lo facciamo solo perché problemi religiosi e morali comportano il nostro insegnamento. Ma ciò non significa che il Papa sia per l’intervento e voglia trattare i cattolici italiani diversamente dagli altri cattolici. Non è certo qui che si consiglia una operazione politica o un’altra».
Paolo VI ha posato la mano sul tavolo dicendo “qui” con decisione. Poi, ha voluto andare oltre, fuori d’ogni ambiguità. «L’Italia, l’Italia – ha detto come emozionato. Ma nel timore della retorica ha represso anche il sentimento affettuoso che stava affiorando, e ha scelto ancora la strada difficile del discorso vero. – Molte cose non sono facili – m’ha detto – ma forse la buona volontà aiuterà gl’italiani. Il cammino è faticoso, ma non bisogna perdersi d’animo. Vede? Il problema di fondo è morale. Si sono fatti progressi, costruite strade, eccetera. Ma forse nel cuore degli uomini non c’è stata un’uguale ripresa e, come dire?, sotto la superficie c’è qualcosa d’inquieto che corrode e divide. Ma non vorrei continuare. È così facile fraintendere la parola del Papa sull’Italia».
Paolo VI però non s’è fermato. Il problema dei rapporti Stato-Chiesa costituiva un nodo, ora, del suo stesso discorso e il Papa ha voluto tagliare anche questo difficile nodo. L’ha fatto con la tristezza del suo realismo, con l’umiltà dell’intellettuale che non esclude il problema. «Noi siamo in una posizione delicata – m’ha detto il Papa. – Stato e Chiesa, Chiesa e Stato: ecco un rapporto reso difficile dal fatto d’essere noi in Italia. Sappiamo che, per questo aspetto, significhiamo un problema per la vita italiana. Lo sappiamo, sa? Certe volte siamo scomodi, anche per coloro che ci vogliono bene». E il Papa è rimasto a pensare, mettendo nell’annoso discorso politico questo accento d’umanità sincera. «Ma bisogna – ha continuato – trovare una soluzione. Bisogna giungere a un rispetto reciproco. Ognuno deve stare nel proprio campo. Noi desideriamo che gli italiani facciano la loro esperienza liberamente. Noi ripetiamo continuamente ai nostri preti: non mescolatevi, non chiedete, non bazzicate per sentieri indebiti». Allargando le braccia, come per accompagnare meglio una rassegnazione, il Papa ha allora concluso: «Ma viviamo sullo stesso suolo e l’intrecciarsi della vita quotidiana spesso contraddice le nostre linee generali. Spesso per la Chiesa è scomodo avere i piedi sulla terra».
Paolo VI s’è preparato, a questo punto, per il congedo. Ma poi s’è come pentito: ha preferito un’ultima riflessione che, sfiorando il problema del controllo delle nascite, ha come riassunto con lucida semplicità ciò che direi la sua posizione storica. «Quanti problemi! – ha detto il Papa come parlando a sé stesso. – Come sono numerosi e come sono numerose le risposte che dobbiamo dare. Vogliamo aprirci sul mondo e dobbiamo decidere giorno per giorno cose che avranno conseguenze nei secoli. Dobbiamo rispondere alle domande dell’uomo d’oggi, del cristiano d’oggi, e ci sono domande particolarmente difficili per noi, come quelle legate ai problemi della famiglia cristiana». Poi il realismo del Papa è stato immediato. «Prenda il birth control, per esempio. Il mondo chiede cosa ne pensiamo e noi ci troviamo a dare una risposta. Ma quale? Tacere non possiamo. Parlare è un bel problema. La Chiesa non ha mai dovuto affrontare, per secoli, cose simili. E si tratta di materia diciamo strana per gli uomini della Chiesa, anche umanamente imbarazzante. Così, le commissioni si riuniscono, crescono le montagne delle relazioni, degli studi. Oh, si studia tanto, sa. Ma poi tocca a noi decidere. E nel decidere, siamo soli. Decidere non è così facile come studiare. Ma dobbiamo dire qualcosa. Che cosa?... Bisogna proprio che Dio ci illumini».
Il mio colloquio con Paolo VI è finito così. E ora cercherò di dire l’impressione che m’ha lasciato (omettendo naturalmente le emozioni di una simile esperienza umana). Anzitutto vedrei in questa conversazione quasi un «autoritratto», che modifica parecchio certe immagini correnti. La successione a Giovanni XXIII ha infatti cristallizzato intorno a Paolo VI il gioco dei contrasti e i difetti dello psicologismo. Di qui la contrapposizione simpatia-rigore, allegria-amletismo, estroversione-angoscia e il fatale derivarne di certe deduzioni sui suoi metodi di governo, pure incentrate su formule fisse, come apertura- chiusura, dialogo aperto - dialogo controllato, progresso-involuzione, mentre da questo colloquio risulta solo l’inesattezza e l’inutilità delle interpretazioni psicologiste.
Paolo VI è in buona salute; abbronzato; persino addolcito nei tratti fisici dagli anni; dimostrazione palese di come siano infedeli certi mezzi di propaganda televisivi e fotografici che lo mostrano teso, freddo, pallido. Come umore, non m’è parso posseduto da incubi o da nevrosi; ciò che pare angoscia m’è sembrata riflessività; ciò che si definisce amletismo m’è parso realismo, con le flessibilità che il realismo comporta; e ciò che si descrive come indecisione, forse corrisponde a gentilezza di modi, prudenza, gradualismo. Infine, direi Paolo VI un uomo del suo tempo, non desideroso del gesto facile, ma del discorso privo d’effetti; cosciente che il suo tempo comporta solitudine, dubbio, contraddizione, e il coraggio impopolare di esprimerli; un Papa, insomma, che conosce la situazione storica in cui si muove, e la vive con una emozione segreta.
Ma queste sono solo impressioni e non desidero fare della psicologia a mia volta. Mi pare che dalla conversazione risulti piuttosto come Paolo VI vada affrontato col metodo delle personalità rappresentative. Egli interpreta un momento storico che continua ma non è più quello di Giovanni XXIII. Le sue affermazioni sullo Stato e la Chiesa lo ripropongono un Papa “liberale”; paiono persino anticipare un diverso modo d’intendere la politica concordataria. La sua posizione di continuità rispetto a Giovanni XXIII non è certamente oscura; il rifiuto di ogni “trionfalismo” nella visione dei problemi vaticani è d’un realismo quasi drammatico; il suo “curialismo” è certamente vero, ma di natura tecnica e non politica; il suo “efficientismo” è, certo, adesione alle necessità di un’epoca oltre che il risultato di un carattere nuovo. Ma in un punto del colloquio c’è forse la chiave vera del suo ruolo. E mi riferisco all’ultimo discorso sulle “decisioni solitarie”.
Passati gli anni Cinquanta, gli anni delle annunciazioni gloriose, corrono ora i difficili anni Sessanta. Il papato di Paolo VI è il primo che viene caratterizzato da un Concilio. La Chiesa che ha accolto “il pluralismo dei problemi” del mondo moderno, ora deve interpretare questo pluralismo e scegliere una “pluralità di strumenti”. Ecco il destino di Paolo VI, ed ecco il Vaticano che cambia. Mentre dura il Concilio, e sotto la cupola di San Pietro dura la fase della “creazione” dottrinaria, spetta a Paolo VI tradurre in “azione” gli orientamenti nuovi. È l’epoca senza gioia delle decisioni. Paolo VI interpreta quest’epoca nuova, che non può essere giudicata giorno per giorno.
dammi questi fottuti quattrini!
Saturday, March 28, 2026
Tuesday, June 9, 2015
into the wild
SENZA FARE SUL SERIO - MALIKA AYANE
C'è chi aspetta un miracolo
e chi aspetta l'amor
chi chiede pace a un sonnifero
chi dorme solo in metrò
Lento può passare il tempo
ma se perdi tempo
poi ti scappa il tempo, l'attimo
lento come il movimento
che se fai distratto
perdi il tuo momento
perdi l'attimo
E chi guarda le nuvole
e chi aspetta al telefono
chi ti risponde sempre però
chi non sa dire di no
Lento può passare il tempo
ma se perdi tempo
poi ti scappa il tempo, l'attimo
lento come il movimento
che se fai distratto
perdi il tuo momento
perdi l'attimo
Tu non lo sai come vorrei
ridurre tutto ad un giorno di sole
tu non lo sai come vorrei
saper guardare indietro
senza fare sul serio
senza fare sul serio
come vorrei distrarmi e ridere
C'è chi si sente in pericolo
c'è chi si sente un eroe
chi invecchiando è più acido
chi come il vino migliora
Lento può passare il tempo
ma se perdi tempo
poi ti scappa il tempo, l'attimo
lento come il movimento
che se fai distratto
perdi il tuo momento
perdi l'attimo
prendi l'attimo
Tu non lo sai come vorrei
ridurre tutto ad un giorno di sole
tu non lo sai come vorrei
saper guardare indietro
senza fare sul serio
senza fare sul serio
come vorrei distrarmi e ridere
Credits
Writer(s): Luigi de Crescenzo, Matteo Buzzanca, Malika Ayane
Copyright: Sugarmusic S.p.a., Sugar S.r.l.







Saturday, May 23, 2015
attenti...

IL GORILLA
Testo: George Brassens, Fabrizio De André - Musica: George Brassens - Edizioni: Warner Chappell Music Italiana
Sulla piazza d'una città
la gente guardava con ammirazione
un gorilla portato là
dagli zingari di un baraccone
con poco senso del pudore
le comari di quel rione
contemplavano lo scimmione
non dico dove non dico come
attenti al gorilla !
d'improvviso la grossa gabbia
dove viveva l'animale
s'aprì di schianto non so perché
forse l'avevano chiusa male
la bestia uscendo fuori di là
disse: "quest'oggi me la levo"
parlava della verginità
di cui ancora viveva schiavo
attenti al gorilla !
il padrone si mise a urlare
" il mio gorilla , fate attenzione"
non ha veduto mai una scimmia
potrebbe fare confusione
tutti i presenti a questo punto
fuggirono in ogni direzione
anche le donne dimostrando
la differenza fra idea e azione
attenti al gorilla !
tutta la gente corre di fretta
di qui e di là con grande foga
si attardano solo una vecchietta
e un giovane giudice con la toga
visto che gli altri avevan squagliato
il quadrumane accelerò
e sulla vecchia e sul magistrato
con quattro salti si portò
attenti al gorilla !
bah , sospirò pensando la vecchia
ch'io fossi ancora desiderata
sarebbe cosa alquanto strana
e più che altro non sperata
che mi si prenda per una scimmia
pensava il giudice col fiato corto
non è possibile, questo è sicuro
il seguito prova che aveva torto
attenti al gorilla !
se qualcuno di voi dovesse
costretto con le spalle al muro ,
violare un giudice od una vecchia
della sua scelta sarei sicuro
ma si dà il caso che il gorilla
considerato un grandioso fusto
da chi l'ha provato però non brilla
né per lo spirito né per il gusto
attenti al gorilla !
infatti lui, sdegnando la vecchia
si dirige sul magistrato
lo acchiappa forte per un'orecchia
e lo trascina in mezzo ad un prato
quello che avvenne fra l'erba alta
non posso dirlo per intero
ma lo spettacolo fu avvincente
e lo "suspence" ci fu davvero
attenti al gorilla !
dirò soltanto che sul più bello
dello spiacevole e cupo dramma
piangeva il giudice come un vitello
negli intervalli gridava mamma
gridava mamma come quel tale
cui il giorno prima come ad un pollo
con una sentenza un po' originale
aveva fatto tagliare il collo.
attenti al gorilla !
Tuesday, November 25, 2014
te le comando (universale)

Fin dalla scuola elementare, l'insegnante di religione ci ammoniva circa la prevalenza del LIBERO ARBITRIO anche in istato di ipnosi ("Buona a sapersi! Giusto nel caso...")
Al Liceo, l'insegnante di scienze aprì il corso contrastando la convinzione (comune?) che l'uomo si potesse evolvere, all'occorrenza, in organismo ANAEROBICO ("Buona a sapersi! Giusto nel caso...")
Alle porte della maturità, l'insegnante di storia si accomiatò puntualizzando che la servitù della GLEBA non era MAI stata ABOLITA ("Buona a sapersi! Giusto nel caso...")
Friday, August 22, 2014
Sunday, June 3, 2012
Parole di ghiaccio

Emis Killa
Testo Parole di ghiaccio
fuori quanto è brutto il tempo
pero si è calmato il vento
il mio sguardo è meno freddo
questo inverno sta finendo
ogni cosa c'ha il suo tempo
chi ha pazienza ne uscirà
vado avanti e non ci penso
questo inverno passerà
oggi è domenica e tu gridi isterica
e io qui col viso caldo per le botte mentre nel mio cuore nevica
quando ti ho detto una come te non mi merita ero ubriaco
ma mi hanno insegnato che in vino veritas
dove la trovi la voglia di amare..
guardare il paradiso da fuori senza poterci entrare
parole d'amore e parole amare
le prime sono sempre più rare e tu continui ad urlare
che non sono mai piaciuto ai tuoi
dimenticandoti che tutto ciò è piaciuto a noi
e ora la rabbia mi imbocca di cattiverie
mentre lanci i piatti e io prendo a calci le sedie e grido 'fatti vedere'
no, non ti fa bene ciò che sono
non c'è coppia perfetta perché nessuno è perfetto da solo
oggi c'è un bel cielo aperto..ma io non esco
perché porto solo il freddo..come l'inverno
fuori quanto è brutto il tempo
pero si è calmato il vento
il mio sguardo è meno freddo
questo inverno sta finendo
ogni cosa c'ha il suo tempo
chi ha pazienza ne uscirà
vado avanti e non ci penso
questo inverno passerà
nella testa c'ho le immagini di quando stavi ancora qui
mentre cancello le tue immagini dal mio pc
l'attrazione non è sempre amore come dicono
due calamite uguali a volte si respingono
e a volte vincono gli errori, se servono a imparare
tu sei solo uno sbaglio da non rifare
tolgo la vibrazione al cellulare quando dormo
cosi se mi chiami con te in un sogno non me ne accorgo
morto dentro, innamorato di un ricordo
lottano ragione e sentimento
vorrei dimenticarti al mio risveglio come memento
quando dico che ora penso solo a me mento
certo, tu mi pensi, io ti penso
ma se una storia non ha fine non ha senso
penso, che pure in questo inferno
con certe parole di ghiaccio ti iberno.. come l'inverno
fuori quanto è brutto il tempo
pero si è calmato il vento
il mio sguardo è meno freddo
questo inverno sta finendo
ogni cosa c'ha il suo tempo
chi ha pazienza ne uscirà
vado avanti e non ci penso
questo inverno passerà
i discorsi freddi che fai
si scioglierebbero nel calore di un abbraccio lo sai
e noi.. fino a poco fa ci credevamo grandi ma mo’
siamo esposti ai bei ricordi mentre grandinano
e finché dura mi accontento
quando un cielo bello arriva al culmine è seguito dal maltempo
e cosi è stato è stato un colpo di fulmine
ma adesso dai tuoi occhi sta piovendo
una nuvola che non si sfoga resta nera
tutto passa in fretta come una nuvola passeggera
e stasera, dormi sola,odi quelle lenzuola
fredde come la stagnola perche dormi sola
vola in alto con la testa e stai con i piedi a terra
dopo la tempesta, ci sarà la calma
tutto fermo, baby goditi il silenzio
anche questo inverno sta finendo
fuori quanto è brutto il tempo
pero si è calmato il vento
il mio sguardo è meno freddo
questo inverno sta finendo
ogni cosa c'ha il suo tempo
chi ha pazienza ne uscirà
vado avanti e non ci penso
questo inverno passerà
Friday, January 20, 2012
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